Giuseppe Cavallini


Giuseppe Cavallini



C. Barstow - R. Bellini - M. Colusso - A. Del Guercio - A. Panzetta - R. Sanesi



( da una presentazione di R.Bellini per una mostra personale)

[...] Insomma, dietro ogni invenzione plastica, questa o quella fremente e viva figura di Giuseppe Cavallini che narra una rappresentazione ferocemente ilare, paradossalmente sensuale-erotica, si cela, ma soltanto a metà, una trasfigurazione del mito. Dei riti e dei miti della modernità, suggerirebbe Roland Barthes. Trasfigurazione e spaesamento, sovrapposizione e altro sono, allora, le parole che devi adottare nel tentativo di descrivere quello che accade, di fatto, nel tuo sguardo a mano che vieni mettendo meglio a fuoco le singole sculture. Esse, mescolando il piano semantico e quello formale, producono piccole esplosioni degli occhi, scoperte e massacri allegri, d’una rara delicatezza.

Questo è il Beppe Cavallini ch’io ritrovo oggi, più maturo e ricco, più feroce e allegro, più saggio e artista che mai. C’è, è vero, una qualche ostentazione nella sua scultura, dato che essa deve segnalare qualche cosa, ma qualche cosa che, poco a poco, si svela essere diversa dal suo contenuto apparente e dalla sua forma individuale. Ecco perché essa si impone come Arte!

Ore 18.00, del 6 giugno 2003

R. Bellini

Professore Storia dell'Arte Contemporanea all'Accademia di Brera



La leggerezza della pensosità

Giuseppe Cavallini possiede il dono della leggerezza, ma, sia ben chiaro, quella leggerezza che, come scrisse Paul Valery, “Il faut ètre leger comme l’oiseau, et non comme la plume” èperchè, al di là del facile ammiccamento con cui signorine di incerta virtù si offrono procaci allo sguardo, travestite da Venere,Leda o Giuditta,come se si stesse svolgendo un palese gioco erotico, quello che anima le sue sculture è un piacere dello piazzamento di chiara ascendenza surrealista.
Il gioco di Cavallini consiste proprio nell’ambiguità tra i dati significanti ed il risultato complessivo dell’opera che contraddice i punti di partenza:la scelta della terracotta ( ad esempio ) sembra preludere ad una fisicità ben precisa e concreta,ma l’uso del colore ne svuota la pesantezza materiale, alleggerendo di colpo l’impatto visivo.
A questo si aggiunga la scelta dei “temi” derivanti dal mito classico,ben evidenziato dai pesanti basamenti e da un trovarobato teatrale,che pomposamente dovrebbe sacralizzare l’evento e che, invece, lo ridicolizza; se poi si aggiunge la subitanea presenza di vari animali quali comparse in queste stranianti sceneggiate, il quadro è completo.
Si può dire quindi che esiste, per Cavallini, come già aveva chiarito Italo Calvino,”una leggerezza della pensosità” che permette di affrontare con semplicità ed ironia anche i grandi temi dell’esistenza.

M. Colusso

Marcello COLUSSO è un artista nato in Italia nel 1947 e morto nel 2000.
Docente nella cattedra di storia dell’arte dell’accademia di belle arti di Brera, a Milano, in questa veste fu ricercatore, docente e divulgatore, anche attraverso la pubblicazione di testi specifici sulla storia dell’arte, e le presentazioni di mostre.



Giuseppe Cavallini e l’ambiguità della dissacrazione
(da una recensione di A.B.Del Guercio)

La presenza critica di Francesco Arcangeli e di Renato Barilli dedicata all’opera di Giuseppe Cavallini e lo scorrere della documentazione relativa ad una serie di terrecotte cronologicamente scandite tra il 1990 e il 1997 mi suggerisce contradditorie riflessioni e memorie contrastanti.
La galleria “archeologica” che ci viene presentata dallo scultore bolognese appare in particolar modo scioccante in quanto costruita sul rapporto tra l’introduzione dei valori di memoria colta,rappresentato dai soggetti,e l’approccio espressivo condotto da Cavallini lungo un percorso in cui interagiscono l’ironia e la volgarità.
Ed è soprattutto la volgarità la dominante attiva di questo ciclo di sculture in terracotta,in quanto strumento straordinariamente diretto e testimone franco dell’effettivo valore di quel processo culturale che possiamo definire della “citazione”.
Questi primi dati che rappresentano la particolarità del percorso espressivo di Cavallini,si collocano all’interno della storia dell’arte contemporanea ma sono anche frequentemente riconoscibili all’interno del processo storico artistico;se complessa è la storia di quell’avventura espressiva che in ogni tempo ha fatto della “citazione” congiunta tra soggetto e forma la propria area d’indagine,assai interessanti per l’articolazione delle soluzioni appaiono quegli autori che hanno caratterizzato con coscienza critica,sia dichiarante che mimetizzata,le procedure di revisione di quel patrimonio ereditato solo attraverso una forma vuota rispetto alle origini.
All’interno di quel patrimonio artistico che raccoglie le testimonianze espressive che hanno affrontato la “memoria colta” dell’arte non si presentano solo soluzioni caratterizzate da una carica di revisione trasgressiva e di denuncia del vuoto iconografico e culturale,ma anche scelte linguistico-visive impostate attraverso segrete ironie,nascoste compiacenze e quelle adesioni formali che tendono in epoca moderna ad individuare nella maturazione del valore concettuale del processo artistico anche il dato dell’ambiguità e del tradimento.
All’interno di quest’ultima area a cui si riconoscono origini già nelle presunte frivolezze del ‘700 e maturità nelle oscurità dell’800,è possibile collegare un patrimonio che risponde in epoca moderna e contemporanea,attraverso De Chirico e Dalì e da questi a Warhol, alla necessità di agire con il terreno diffuso del “falso” e dell’ambiguo,del piacere e del compiacere anche attraverso una convivenza con il kitsch;un complesso di idee,quindi,che rispondono con chiara nozione ad un cattivo gusto che in realtà è il risultato di un approccio espressivo al “territorio” della citazione.
E’ all’interno di questo clima che nei nostri giorni appare diffuso senza spiccati valori e dilagante nelle sue forme più deboli,che si deve riconoscere il lavoro di Cavallini e le sue terrecotte e i bronzi.
Se si prende inizialmente in esame la sola sequenza delle “basi” non dovrebbe sfuggire una casistica formale fortemente caratterizzata attraverso strutture che agiscono con forza sui valori di memoria,che rivelano la specifica centralità del monumento,che sostengono “il racconto” attraverso frequenti dati didascalici.
L’insistita presenza del soggetto,il corpo dell’uomo e della donna,risulta subito affrontato dallo scultore con chiari atti,con una volontà espressiva che dichiara e non svela;Cavallini segue soluzioni formali che accentuano l’atto manifesto della nudità,di un corpo,sia maschile sia femminile,che si offre attraverso l’accentuazione di pose scomposte,ma anche l’espressione dei volti e mirati particolari specifici sottolineano.
Un paesaggio umano quello di Cavallini composto da odalische e centauri,da Venere e Achille,da eroi della stagione classica ma che la volgarità riconduce incisivamente al nostro presente con una manifesta corrispondenza con la cultura televisiva.
Il dato del gioco e dell’ironia appare evidente nell’azione espressiva di Cavallini ed in una particolare corrispondenza con un gusto ancora tanto diffuso che in queste sculture potrebbe comunque anche riconoscersi ed attribuirgli quel controvalore che l’artista ha manipolato con scelta dissacratoria.

Milano nov.1997

A. Del Guercio

Antonio Del Guercio (Parigi, 9 maggio 1923 – Roma, 8 aprile 2018) è stato uno storico dell'arte e critico d'arte italiano specializzato nell'arte moderna e contemporanea.
La sua carriera universitaria ebbe inizio nel 1963 con la cattedra di Storia dell'Arte e la direzione della Galleria dell'Accademia Albertina di Torino, e proseguì nell'Università di Lecce e poi nell'Università di Firenze dove fu ordinario di Storia dell'Arte contemporanea. Fu visiting professor in diverse Università in Francia e in Canada.



Note critiche
(Intervento di Roberto Sanesi)

Nella scultura di Cavallini, che tende a far sentire il “monumentale” nella riduzione talvolta quasi bozzettistica delle figure a misure minime. gioca soprattutto l’effetto di un’ibridazione ironica. Al confine, rischioso, della caricatura: non fosse poi che l’uso della narrazione mitica risolve questo aspetto con una serie di allusioni (letterarie, architettoniche, storiche ecc.) che spostano l’attenzione verso una complessiva condizione di malessere.
Sia per lo scontro formale che si avverte fra le fonti e una risoluzione attualizzata ai limiti della cronaca, sia per lo slittamento di senso (ma anche temporale) fra i basamenti di volta in volta egizi, precolombiani, etruschi, ecc. e le figure tratteggiate beffardamente in modo popolaresco : fra moda, avanspettacolo , calendarietto fuori moda da barbiere, ”Novella 2000”,discoteca e simili.
La rilettura ovidiana (soprattutto) o biblica sembra voler segnare una sorta di continuità ridicola e crudele di fondamenti etici o simbolici nel passaggio dalle ragioni passate a un’irragionevole e disinvolta quotidianità.
Diversamente una delle due Notti, perduta, non agiterebbe le scarpe con il tacco a spillo con una simile allegra incoscienza, né la seconda potrebbe convivere così facilmente con il suo gufo michelangiolesco.

R. Sanesi

Roberto Sanesi (Milano, 18 gennaio 1930 – Milano, 2 gennaio 2001) è stato un critico d'arte, critico letterario, poeta, traduttore, storico della letteratura, direttore artistico, docente e saggista italiano.